Informazioni su Marina Yee
Marina Yee è nata ad Anversa nel 1958. È nota soprattutto come una delle Antwerp Six, il gruppo di designer belgi che ha cambiato il modo in cui il mondo guardava la moda negli anni ’80. Ma a differenza di alcuni suoi pari, che hanno costruito marchi più grandi e inseguito l’espansione internazionale, ha sempre scelto una strada più tranquilla.
Ha studiato moda alla Royal Academy of Fine Arts, iniziando nel 1978 e terminando nel 1981. Quegli anni sono stati formativi. L’Accademia stessa stava appena iniziando a costruire la sua reputazione, e Anversa non era affatto una città della moda. Era un luogo noto per i diamanti e per essere un porto, non per le passerelle. Eppure nelle aule dell’Accademia una nuova generazione stava plasmando idee che presto avrebbero attirato l’attenzione ben oltre il Belgio.
Nel 1986 Yee e cinque compagni di classe — Dries Van Noten, Ann Demeulemeester, Walter Van Beirendonck, Dirk Bikkembergs e Dirk Van Saene — affittarono un camion, lo riempirono con le loro collezioni e partirono per Londra. Presentarono al British Designer Show. Quel momento divenne una leggenda della moda. I critici furono sorpresi, a volte confusi, ma prestarono attenzione. Gli Antwerp Six nacquero e Anversa stessa fu definitivamente inserita sulla mappa della moda.
Il contributo di Marina Yee all’interno di quel gruppo era diverso. Mentre altri sviluppavano identità commerciali più forti, lei spesso si è messa da parte dal palcoscenico principale. Lavorava da uno studio modesto, a volte con il suo partner creativo Raf, spesso in spazi che erano anche la sua abitazione. Ammetteva di sentirsi disillusa dal ritmo incessante della moda stagionale. Invece di forzarsi in quel ciclo, ha scelto progetti più lenti. Ha insegnato design. Ha realizzato costumi per teatro e opera. Ha persino gestito un caffè dove le persone potevano riunirsi, bere caffè e guardare i vestiti. Questo tipo di fusione tra comunità e creatività rifletteva i suoi valori.
Il suo linguaggio di design si è sempre concentrato sul riuso / upcycling. Vecchi tessuti, capi vintage, cappotti di seconda mano — questi erano i materiali grezzi che preferiva. Li ricostruiva in qualcosa di nuovo, a volte asimmetrico, a volte stratificato, sempre personale. Nel 2018 ha lanciato il “M.Y. Project” a Tokyo, mostrando cappotti e camicie ricostruiti da abbigliamento maschile. I dettagli includevano pieghe simili all’origami, ricami a mano e cotoni robusti. Questi pezzi sembravano umili a prima vista ma rivelavano un’artigianalità straordinaria da vicino.
Il suo team è sempre stato piccolo. Negli ultimi anni lo ha descritto come composto da sole quattro persone: Raf, suo figlio che gestisce le finanze, e altri due. Questo è tutto. Nessuna fabbrica. Nessuna sede internazionale. Solo un piccolo gruppo che mantiene vivo il suo lavoro alle sue condizioni.
Questa indipendenza è diventata la sua eredità. I collezionisti apprezzano i suoi pezzi perché sono rari e perché portano chiaramente il suo tocco. Ha influenzato designer più giovani che ora parlano di sostenibilità e autenticità, molto prima che queste parole diventassero di moda. Rimane un esempio silenzioso di come resistere al rumore di un’industria che spesso premia la velocità più della cura.
Marina Yee potrebbe non essere conosciuta quanto Dries Van Noten o Ann Demeulemeester, ma il suo ruolo negli Antwerp Six è stato ed è essenziale. Rappresenta un altro lato della moda avanguardista. Non lo spettacolo, ma la pazienza. Non la novità infinita, ma la ricostruzione attenta. Il suo lavoro riguarda meno l’inseguire le tendenze e più il raccontare storie con tessuti che hanno già vissuto.